Dr.ssa Denise Bargiacchi

Psicologa - Psicoterapeuta
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La favola del Lupo Bianco



Al di là dei laghi, dei mari e delle alte montagne innevate, al di là dei fiumi e dei rossi deserti,

in una culla di terra e sole, si sdraiava un bosco dall’immane bellezza.

Era un bosco di elfi e folletti, fate vaporose guizzavano tra i nastri del vento e farfalle sgargianti brillavano all’arabesco del sole. I fiori sgorgavano da sorgenti terrestri e acque amene.

Nel verde, fra frasche ed arbusti, camminava lentamente un lupo bianco.

Era un animale di rara bellezza e il suo mantello non aveva mai avuto macchia.


Un giorno il bel giallo sole, che mai se ne era andato, s’inchinò alla notte.

Fu una notte senza stelle, senza l’eco del vento, senza il frusciare degli alberi.

Fu una notte senza tempo.

Il buio s’insinuò ferocemente tra gli arbusti, inondando ogni angolo sperduto e nascosto.

Fu buio dappertutto.

Non c’era luce, né ombra, non c’era gradazione di colore o di odore.

Era un enorme, largo, immenso lago nero.

Il lupo perse lo splendore del suo mantello, barcollava tra le spine che arruffavano il pelo,

si feriva e cadeva. E il buio liquido, come pece, penetrava nelle sue narici, serrava i suoi occhi, attutiva le sue orecchie, si aggrappava voracemente alle sue esili zampe.

Fu un vagabondare nel dolore. Non c’era bagliore fatuo né stella polare.


In una notte tra le notti il lupo si raccolse su di sé per cogliere un po’ di calore,

ma quello che sentiva erano solo fremiti e ghiaccio.

E fu così che nel buio, nel freddo, nel dolore,

brillarono due occhi di fuoco, rossi, pungenti, spaventosi.

Un lupo nero.

Un enorme lupo nero.

Era molto più grande, molto più alto, molto più potente.

Ma non si avvicinò.

Il lupo bianco si chinò a cercare nella terra umida un minimo nascondiglio, un odore materno, frugava con il muso disperatamente.

Non trovò nulla.

Respirava a fatica nell’oscurità pesante come un macigno e, a volte, di soprassalto,

sussultava al ringhio del lupo nero.

Lo vedeva muovere e i suoi occhi rossi sfavillavano nel buio.

Ormai certo alla morte, il lupo bianco decise di avvicinarsi al lupo nero: tanto terribile e spaventoso, tanto era affascinante, nella sua impavida maestosità.

C’era un’attrazione, un’alchimia seduttivamente irresistibile.

Mosse qualche passo, piano piano, impercettibilmente, senza rumore verso la bestia feroce.

La osservava da lontano, e più la guardava più questa appariva tremenda e insopportabile alla vista.

Guardò per notti e notti l’enorme, potente lupo nero. Poi gli si avvicinò un altro poco.

E fu così che si accorse che man mano che si avvicinava alla bestia, il suo bianco mantello emanava, all’inizio quasi impercettibilmente, un etereo, tenue bagliore.

Ogni volta che il lupo bianco leccava il proprio pelo arruffato e sporco di fango e sangue,

la sua pelliccia risplendeva di una luce propria, interna.

E man mano che si avvicinava al lupo nero, il suo mantello risplendeva sempre più del fioco lume.

Era come una piccola lanterna che illuminava un poco d’erba, il minimo per vedere dove appoggiare esitante la zampa.

Il lupo bianco spesso sobbalzava di paura, stremato delle forze e si riportava di qualche passo indietro. Ma il bagliore allora ritornava più fioco.

Altre volte tremava così forte che non sentiva più le zampe, e nemmeno il freddo, il buio, lo spavento.

Ma continuava a leccarsi, a prendersi cura di sé, a cercare nella propria pelle un po’ di calore.

E così ritrovava un po’ di coraggio, un po’ più di quel roco chiarore, un poco per fare altri due passi in avanti.


E venne la notte oscura in cui raggiunse il lupo nero.

Fu talmente vicino da sentirne l’odore.

Il primo odore dopo tanto tempo.

Odore di selvatico.

Piccolo com’era in confronto, il lupo bianco alzò titubante il muso verso l’alto

per guardare il sovrastante lupo nero.

Il bagliore del suo manto permise di guardarlo in faccia.

Non ci fu spavento maggiore.

Il lupo nero aveva il volto del lupo bianco.

Era terrorizzato, affamato, ma con un gran fuoco negli occhi.

Il suo ringhio feroce contro il mondo. Il pelo sul dorso cupo, rozzo, sporco, ispido.

Il lupo bianco fu talmente spaventato che rimase immobile e il cuore batteva così veloce che credeva scoppiasse con un gran fracasso.

E invece silenzio.

Infine trovò la forza per rialzarsi e guardare intorno.

Il suo sguardo era diverso, più insidioso e doloroso, ma vero.

Si guardò e vide il suo manto non bianco, ma nero. Si annusò e sentì odore di selvatico.

Non ci fu dolore più forte ma, in fondo in fondo, sapeva, era naturale così.

Alzò di nuovo il muso verso il grande lupo, il suo bagliore era ormai luce.

Non era poi così grande.

Forse non lo era più.

Piano piano sembrava più piccolo, più pulito, meno orrendo.

A guardarlo bene, il suo fascino e la sua potenza erano meravigliosi.

Il lupo “bianco” allora decise di avvicinarsi ancora di più al lupo “nero” e raggomitolarsi nel suo pelo.


E fu da quell’abbraccio, quando iniziò a prendere sonno, a lasciarsi andare alla tranquillità,

che all’orizzonte sorrise un chiarore.

Un giorno nuovo. Un sole nuovo. Un sole limpido e cristallino. Un giorno consapevole.

Un giorno con albe e tramonti, stelle ed aurore.

Il lupo si alzò, lentamente al fresco fruscio del vento.

Il suo mantello brillava di un bianco immacolato.

Sul manto, qua e là, guizzavano piccole e gagliarde striature nere

e i suoi occhi avevano la luminosità del fuoco.




* * *


Questa è la storia del nostro viaggio interiore.

Questa è la storia di ogni terapia.


Scritto da Denise Bargiacchi